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Il fascino eterno della follia di Emanuela Iezzi |
| Prima parte di un percorso-riflessione su Don Chisciotte e i tentativi di trarre film ispirati al suo personaggio, che comprende i due lavori incompiuti di Orson Welles e Terry Gilliam, per finire con Méliès. Seguendo il filo rosso del cinema visionario e della maledizione di Cervantes verso chiunque si fosse avventurato a scrivere un seguito del suo romanzo. Perché «chi vuol fare Chisciotte diventa Chisciotte».
Il tentativo di riduzione cinematografica di Orson Welles del romanzo di Miguel de Cervantes Don Chisciotte della Mancia è uno dei più leggendari incompiuti della storia del cinema. Le riprese iniziate nel '57 - in quel Messico che rende omaggio al mito ogni anno con il Festival Internacional Cervantino di Guanajuato - si protraggono in Europa per circa quindici anni, senza approdare a un risultato definitivo. Nel 1992 il regista spagnolo Jesus Franco mette mano alla mole di materiale girato rimontandolo in un progetto di quasi due ore, rendendo così accessibile a cinefili e appassionati il non-finito wellesiano. Il materiale è disomogeneo, a volte in cattivo stato di conservazione, e ancora oggi non è chiaro quale fosse l'idea di fondo di Welles.
L'aspetto visionario della personalità di Don Chisciotte è reso da subito con l'uso di inquadrature dal basso che evidenziano lo sguardo allucinato del suo interprete Francisco Reiguera, durante una delle tante letture di imprese cavalleresche che lo aiuteranno a perdere il contatto con la realtà. Analogamente al romanzo, nel film il cavaliere "dalla triste figura" sceglie uno scudiero non soltanto rozzo ma tentatore e privo di valori nobili; Sancio induce il suo padrone ad infrangere i suoi voti folli - come quello di digiunare per un mese nel solco della tradizione dei gloriosi cavalieri erranti - e utilizza molto poco valorosamente il busto dell'armatura come appoggio per arrostire la carne . Sullo sfondo c'è naturalmente la Spagna che con un espediente diventa contemporanea: la lotta contro una giovane donna in vespa e il suo «diabolico arnese» sciolgono la riserva sul posizionamento temporale scelto dall'autore.
Il viaggio senza meta di Don Chisciotte procede fra continue rievocazioni di gesta altrui e visioni immaginarie delle proprie «al servizio del ritorno dell'età dell'oro della cavalleria». Mentre il nostro farnetica in groppa a Ronzinante, Sancio, interpretato da Akim Tamiroff, aiuta il narratore fuori campo, il "saggio", a ristabilire un ordine narrativo. Come quando Don Chisciotte decide di andare verso sud e Sancio gli ricorda che «lí ci sono solo tori e pellegrini!».
Welles appare sporadicamente nella parte centrale del film, spesso con macchina alla mano e sigaro in bocca, in un intreccio di piani narrativi, quasi il film stesso diventasse un pretesto per raccontare il viaggio del regista in Spagna. Così se Don Chisciotte cerca nemici immaginari - crede di rinvenirne in un gregge di pecore o nei mulini, per lui giganti con a capo Briarco, e nel mago Preston e i suoi incantesimi – Welles osserva le nuove costruzioni della Spagna futura e in una splendida inquadratura contempla una plaza de toros vuota, presagio dei recentissimi cambiamenti nella società spagnola: è notizia di queste settimane la proibizione delle corride in Catalogna. Incertezza davanti alla modernità , questa, ricorrente in molti autori americani, avvicinatisi dapprima alla Spagna delle brigate internazionali e degli ideali repubblicani e antifranchisti in lotta nella guerra civile, e rimasti affascinati poi dal paese, come luogo dove cercare e trovare una sorta di arcaismo culturale, a loro sfuggente. Il luogo dove c'è vita perché c'è anche la morte, e la si vede. Welles morirà in America lasciando disposizioni per fasi seppellire a Ronda, nella tenuta di una famiglia di toreri.
Questo film nel film, documentario nel documentario, regala altre immagini preziose della Spagna degli anni '50: utilizzando il montaggio verticale, mentre Don Chisciotte perdutosi delira, Sancio parte per un viaggio nel viaggio alla ricerca di Dulcinea ritrovandosi incredibilmente in Andalusia a lavorare nello shooting di un film su Don Chisciotte. Seguono immagini di feste popolari, processioni, corse di tori per le vie, utilizzate in seguito in una serie di documentari prodotti dalla Rai; riappare Welles che gira dal finestrino di una Mercedes in movimento, poi sornione a una premiazione - invitato da un gruppo di viticoltori di Jerez e presentato come «grande amante della tauromachia» - la scoperta di Sancio della televisione e della notizia che «l'uomo grasso vuole fare un film su di me e il mio padrone». Infine lo scudiero si ritrova a Pamplona durante San Fermín, la "Fiesta" di Hemingway, ripresa in numerose sequenze, dal tradizionale scoppio inaugurale del chupinazo dal balcone della piazza alle varie inquadrature degli encierros per le vie della città, fino all'arrivo nella plaza de toros, in cui Sancio viene coinvolto e deriso da alcuni partecipanti. Quando riuscirà a ritrovare il suo padrone lo incontrerà disilluso e stanco, seduto in un carretto ma convinto di essere stato rinchiuso nelle segrete di un castello dai suoi nemici.
Sancio diventa così a sua volta vittima del fascino della follia di Don Chisciotte: «sei diventato un sognatore», «vuoi lottare contro i mercanti di sogni? Non sei che un povero scudiero» e non accetta di vedere la sconfitta in un uomo di tale valore e convinzioni forti, anche se pazzo: «pazzo e santo non sono poi la stessa cosa?», chiosa. Il film si avvia al finale con un'impronta surrealista: Don Chisciotte tornato a casa a riposare per poi ripartire, fa il bagno in un bidone di metallo sul tetto di un edificio. Sullo sfondo un'antenna televisiva e un'insegna al neon della birra "Don Quijote" e il pensiero va alla coppia Buñuel-Dali. L'idalgo riparte in groppa al cavallo seduto al contrario, una scena che vale tutto il film, mentre, poco più avanti, Sancio balla il flamenco in una piazzetta del Toboso, paese di Dulcinea-Aldonza. I due entrano infine in una cittadina in festa in cui la folla omaggia il cavaliere al grido di «Viva Don Quijote!», mentre l'inquadratura scorre su alcune iconografie donchisciottiane sugli archi dei portoni e negli interni di un caffè. La folla inneggia al personaggio di Cervantes, al figurante che sembra far parte del programma della festa, essere patetico divenuto mito, lato oscuro e folle di tutti coloro disposti a riconoscerne l'esistenza.
Un incompiuto con un finale, forse un incompiuto voluto. Che Welles non volesse "liberare" il personaggio completando il film che aveva totalmente autoprodotto, accettando ruoli dei quali non era convinto, è più che un sospetto: «Io so che questo film non piacerà a nessuno», disse, come se ciò potesse aggiungere ancor più valore alla sua opera. Ne era convinta anche Suso Cecchi D'Amico, morta il 30 luglio scorso, parlando del suo lavoro e di scelte apparentemente folli prima ma grandi successi dopo: «le cose belle devi farle che piacciano a te e basta. Poi, che Dio te la mandi buona». |
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