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Quattro anni dopo "Da questa parte del mare", un concept-album sulle migrazioni moderne, Gianmaria Testa racconta la nascita di quel lavoro e il suo rapporto con il viaggio. In particolare, i viaggi disperati di chi parte per non tornare. Undici capitoli per provare a non far finta di niente.
Sono lontani i tempi in cui un quotidiano italiano parlava di un "signor nessuno" da Cuneo che riempiva le poltrone dell'Olympia di Parigi ma che in Italia era un nome vuoto. Gianmaria Testa, da allora, ne ha fatti di viaggi con la sua musica. L'ultimo è con il suo più ispirato compagno di viaggio, Erri De Luca, con il quale porta in giro "Che storia è questa": canzoni, poesie e racconti per narrare i mille significati della "storia".
Ma il racconto di viaggio più intenso è forse quello di "Da questa parte del mare", un album-concetto sulle migrazioni moderne. Interamente dedicato ad un unico argomento, come se tutto il disco fosse un romanzo e le canzoni tanti capitoli che insieme raccontano una storia. Una riflessione poetica, aperta e senza demagogia sugli enormi movimenti di popoli che attraversano questi nostri anni. Sulle ragioni, dure, del partire, sulla decisione, sofferta, di attraversare deserti e mari, sul significato di parole come "terra" o "patria" e sul senso di sradicamento e di smarrimento che lo spostarsi porta sempre con sé. A qualsiasi latitudine.
Qual è il rapporto di Gianmaria Testa con il viaggio?
Il mio è un viaggiare sempre privilegiato, perché mi muovo tanto per fare concerti, il mestiere che amo. I viaggi che mi sono trovato spesso a raccontare, invece, sono viaggi disperati, spesso senza ritorno. Come quelli che canto nel disco "Da questa parte del mare". Alla parola viaggio, ormai, associo sempre di più queste migrazioni forzate.
Da questa parte del mare, un disco del 2006 che suona sempre attuale. Perché un album di concetto sulle migrazioni moderne?
Ci sono diversi motivi. Il primo riguarda un fatto preciso. Erano gli anni dei primi sbarchi clandestini in Italia e mi trovavo in vacanza su una spiaggia del Gargano. Due ragazzi africani sono arrivati su un gommone scaricati da un peschereccio. Uno è morto lì, sulla spiaggia. L'altro ha raccontato la loro storia di clandestini sul cargo che li ha gettati in mare. Un altro motivo è una considerazione generale sul nostro Paese: mi sembra che abbiamo dimenticato che solo due generazioni fa eravamo noi a partire, ed ora facciamo subire a quelli che "accogliamo" lo stesso trattamento che subivamo noi. Non sono buonista. Conosco le difficoltà che un'ondata così massiccia può portare, ma mi aspettavo soltanto un po' più di umanità.
Chi c'è "da questa parte del mare"?
Ora ci siamo noi, che non partiamo più. Ci tenevo a far capire che questo è un punto di vista occidentale. Non sono io la voce dei disperati. Non lo so fare e non mi permetterei mai di farlo. Mi sono limitato a dare un punto di vista personale ed emotivo, senza pensare che il disco potesse avere una valenza politica. L'ho fatto soprattutto per me e per i miei figli. Per evitarci per un po' quella malattia grave che è l'indifferenza.
E questo disco è per lei un modo per scongiurare l'indifferenza?
Queste canzoni rispondono a un'esigenza personale che è cresciuta negli anni. Il disco ha avuto una lunga gestazione, da quel ‘91 ho cominciato a raccogliere il materiale. Ma avevo sempre l'impressione che il lavoro fosse incompleto, pensavo che non l'avrei mai finito e che fosse presuntuoso da parte mia tentare quello che De Andrè aveva già fatto così bene con i suoi concept-album. Ma allo stesso tempo non me la sentivo di liquidare l'argomento con una, due canzoni e di inserirle nei dischi a cui lavoravo. Finché non ho avuto la sensazione che il percorso fosse completato.
Nell'album c'è una dedica a Jean-Claude Izzo e un ringraziamento a Erri De Luca. Questi scrittori hanno influito sulla sua poetica?
Sì, ognuno a suo modo. Jean-Claude è stato un amico importante, anche ora che non c'è più. Lui mi ha raccontato quello che ha subito. Figlio di genitori salernitani che gli hanno impedito di imparare l'italiano, per patire meno di loro l'offesa del razzismo a Marsiglia. È lui che mi ha spiegato il significato della parola rital, che vuol dire "terrone", ma più dispregiativo. Anche Erri è un amico fraterno. Con il suo libro Solo andata è come se mi avesse dato l'ultimo impulso per completare l'opera. Come se mi avesse detto con il suo libro "guarda ragazzo, è possibile scrivere di una cosa come questa".
Ma non mi paragono assolutamente a lui. Erri sa fare una cosa che per me è inarrivabile: sa essere poeta. Un poeta è chi sa fare in modo che la parola sia sufficiente. E io non ne sono capace. Ho bisogno di una melodia, di un'armonia. È per questo che scrivo canzoni e sono soddisfatto quando con una canzone riesco a tirare fuori l'emozione che l'ha generata.
L'ultimo viaggio di lavoro, Che storia è questa, è proprio uno spettacolo con Erri De Luca.
Con Erri viaggiamo insieme da tanto tempo. Ogni volta che ci incontriamo è come se fosse una tappa della grande traversata delle Alpi o del cammino di Santiago de Compostela. Un tappa di riconforto per quanto mi riguarda, perché c'è sempre qualcosa da condividere, se non da imparare. E poi è un piacevole scusa per alimentare la nostra amicizia, per mantenerla viva e presente.
Letteratura di viaggio: c'è un libro in particolare a cui è particolarmente legato?
Verrebbe facile rispondere Bruce Chatwin. La cosa buffa, però, è che il suo romanzo che preferisco è un libro sull'immobilità, dal titolo "Sulla collina nera", la storia di due gemelli che per tutta la loro vita non si muovono mai dalla loro casa sulla collina. Forse perché si può viaggiare anche rimanendo immobili. Il cammino che facciamo con la mente è spesso più intenso di quello che facciamo con i piedi. E poi, Moby Dick di Melville, senza dubbio. Un viaggio incredibile, di vita e di morte.
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