I viaggi e gli altri viaggi di Antonio Tabucchi

di Elena Ceccarelli

 

Nel suo ultimo libro, una raccolta di scritti già pubblicati e inediti, Antonio Tabucchi visita e ri-visita angoli di mondo reali e immaginari, seguendo il filo rosso della letteratura, da Pessoa a Paul Valéry a Borges, partendo da Stevenson e dalla ricerca dell'Isola del tesoro su un atlante…

 

Viaggi e altri viaggi - Antonio TabucchiNel suo ultimo libro, Viaggi e altri viaggi(Feltrinelli, pp. 272, euro 17,50), Antonio Tabucchi raccoglie ricordi di viaggi reali e non, viaggi fisici e letterari, di luoghi visitati e rivisitati.  Come dice lo stesso Tabucchi nella nota introduttiva, "nati dalle occasioni più diverse, sempre da viaggi ma mai da viaggi fatti per poi diventare letteratura di viaggi, questi testi vagavano come isole in un arcipelago fluttuante, sparsi qua e là nelle sedi più disparate e sotto diverse bandiere…". Ecco quindi riuniti in una sola opera testi spuri, in cui si affrontano l'andare e il sostare, viaggi personali e "per interposta persona" attraverso lo sguardo di poeti come Pessoa, Sophia de Mello Breyner e Paul Valéry e le pagine di grandi autori come Borges e Stevenson, che con la sua Isola del Tesoro ha spinto lo scrittore a cercare su un atlante questo luogo dell'immaginario. Si passa dai ricordi della sua Toscana, Pisa e Firenze in particolare, all'amato Portogallo, toccando Parigi, la Spagna, la Grecia, New York, l'India, fino a giungere all'Australia e all'Estremo Oriente.
Il curatore del libro, Paolo Di Paolo, nella sua conversazione con Tabucchi, versione rivista delle Nove domande sul viaggio,riesce a far emergere il senso profondo del viaggiare per l'autore, riletto attraverso alcuni eventi che hanno caratterizzato la sua adolescenza e giovinezza. Interessante anche la riflessione sul tempo in viaggio, sulla poesia – che, tramite il ricordo di alcuni versi, lo accompagna nel suo girovagare – e sulla cosiddetta "meraviglia del viaggio" che si legge sui volti di chi va "in gita".
A proposito del viaggiare e dei suoi significati, nella nota iniziale Tabucchi afferma: "…ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perché posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita." Un filosofo, oltre che un viaggiatore desideroso di conoscere il mondo anche attraverso gli occhi degli altri, fino a scoprire noi stessi. Ci invita a vedere e a restare, a muoverci e a ritornare. Il mondo è sempre un altrove.

 

Proponiamo qui di seguito due estratti, "Atlante" e "Il treno per Firenze". Nel primo Tabucchi ripercorre la sua scoperta e fascinazione della letteratura grazie a quelli che definisce "libri magici", L'isola del tesoro e il mitico atlante De Agostini, con le sue foto accostate alle carte dei vari continenti e la sua apparente e rassicurante immutabilità.

Il secondo estratto, "Il treno per Firenze", ci immerge nell'atmosfera di quasi sessant'anni fa, quando un viaggio dalla campagna pisana a Firenze poteva considerarsi un vero e proprio Viaggio. In pochi tratti – la preparazione, lo zio allegro e curioso che gli racconta aneddoti sull'arte e lo guida per le strade del centro della città – sembra quasi di rivedere un mondo fatto di cose semplici, ricco di fascino nella mente fantasiosa di un bambino.

 

Atlante

L'isola del tesoro - StevensonLa scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l'adolescenza grazie a un libro "magico" che per me continua ad essere magico, L'isola del tesoro. La casa editrice si chiamava Giunti-Marzocco e aveva una bella collana di libri per ragazzi. Quel libro mi trasportò verso oceani favolosi, era un vento che non gonfiava solo le vele del vascello salpato alla ricerca del tesoro ma muoveva soprattutto le ali dell'immaginazione. Seguendo la fantasia, ma confidando nel principio di realtà, cercavo quell'isola sul mio atlante, che fu l'altro libro "magico". Era l'atlante De Agostini.

 

L'unica rappresentazione geografica che fino allora conoscevo era il disegno dell'Italia, lo stivale. Ma ora era diverso, avevo il mondo davanti a me. Sulla prima tavola dell'atlante, il globo diviso in due come un'arancia, poi le tavole successive dei vari continenti. Si cominciava con l'Europa, poiché secondo gli europei il mondo comincia dall'Europa. Del resto quell'atlante non poteva certo avere accolto l'antropologia culturale, cioè l'idea del relativo. La cosa che mi affascinava di più era che sulla pagina di destra veniva raffigurato un continente e su quella di sinistra una serie di fotografie "rappresentative" del continente in questione. Ne ricordo qualcuna per l'Europa: il Colosseo, la Torre Eiffel, la Sirenetta di Copenaghen, il Ponte di Londra. Per l'Africa c'erano fra l'altro: le piramidi, il Kilimangiaro, una moschea del Marocco, una città d'argilla del Mali. Per l'Asia, il porto di Singapore, una pagoda di Tokyo e una veduta di Samarcanda. Per l'Oceania, ricordo il porto di Sydney e il volto di un uomo con un osso infilato nel naso. Era quello, il mondo. E quella è stata la mia prima idea della Terra. Per me era immutabile e sicura, perché da un lato c'era la rappresentazione astratta della sua forma geografica e dall'altro le immagini fotografiche, il "contenuto". Ho ancora quell'atlante e recentemente m'è capitato di guardarlo. Curioso: è ormai inutilizzabile, come un orario scaduto delle ferrovie; se lo si volesse usare come guida sarebbe come prendere un treno per recarsi in una città e arrivare in un'altra.


Perché conservare quell'atlante? Certamente non per nostalgia. Per me, che non ho mai preteso di insegnare niente a nessuno se non gli strumenti di lavoro per ricostruire filologicamente un testo letterario, quell'atlante costituisce un prezioso strumento didattico. Lo tengo da parte per i miei nipoti affinché non pensino, come pensavo io allora, che il mondo sarà sempre quello che conoscono; affinché si rendano conto che la rappresentazione del mondo è relativa, che i colori delle carte geografiche cambiano, un paese che era colorato di rosso diventa bianco, uno che era giallo diventa verde, uno che era grande diventa piccolo, le frontiere si spostano e i confini sono mobili. Restano il corso dei fiumi, l'altezza dei monti e la linea delle coste, ma se ora appartengono a un paese poi possono appartenere a un altro. Le sole "frontiere" che non cambieranno mai sono quelle del corpo umano e ciò che esso prova se esse sono violate.


«Nulla è cambiato. / Tranne il corso dei fiumi, / la linea
dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai. / Tra questi
paesaggi l'animula vaga, / sparisce, ritorna, si avvicina,
si allontana, / a se stessa estranea, inafferrabile, / ora certa,
ora incerta della propria esistenza, / mentre il corpo c'è, e
c'è, e c'è / e non trova riparo».


È l'ultima quartina di una poesia di Wisława Szymborska, Torture.
La prima dice così:
«Nulla è cambiato. / Il corpo prova dolore, / deve mangiare
e respirare e dormire, / ha la pelle sottile, e subito sotto
– sangue, / ha una buona scorta di denti e di unghie, /
le ossa fragili, le giunture stirabili. / Nelle torture, di tutto
ciò si tiene conto» (trad. di Pietro Marchesani).

 

Il treno per Firenze

Quand'ero bambino avevo uno zio che mi portava a Firenze. Di lui conservo un ricordo bellissimo. Era un giovanotto allegro e curioso, amava l'arte e la letteratura e in segreto scriveva commedie. Aveva deciso che doveva dare un'educazione estetica ai suoi nipoti, e io ero il suo unico nipote.


Noi venivamo dalla campagna pisana, e a quel tempo andare a Firenze era un vero viaggio. Ci si alzava all'alba, si prendeva una vecchia corriera che ci portava a Pisa e lì aspettavamo il treno per Firenze. Ricordo ancora quelle mattine di viaggio, il caffellatte bevuto in cucina con la luce accesa, perché d'inverno era ancora buio, il panino mangiato in treno, le cose che mio zio mi raccontava mentre dal finestrino sfilava il paesaggio.


Parlava di nomi per me magici, di cose che avrei visto quel giorno. E diceva: il Beato Angelico, Giotto, Caravaggio, Paolo Uccello. Mangiando il panino pensavo a quel
Beato che dipingeva angeli e che aveva affrescato il convento per la felicità dei suoi confratelli. Giotto invece era la marca delle mie matite, e finalmente avrei visto l'O di Giotto, che era la cosa più perfetta del mondo.

E poi si arrivava a Firenze, e giravamo a piedi per la città. Guardavo gli enormi soffitti degli Uffizi, quei quadri misteriosi, quelle tavole impressionanti. Per mano a mio zio camminavo nel corridoio del Vasari. Questo è un luogo sacrosanto, mi diceva. Dopo si andava in via Ghibellina, in una vecchia trattoria. E mio zio mi chiedeva: vuoi assaggiare la trippa? E da lì si andava a San Marco, a vedere il Beato. Beato lui, pensavo, che vedeva gli angeli. Io non ero mai riuscito neppure a vedere il mio angelo custode, eppure la sera, prima di andare a letto, mi giravo alla svelta pensando di sorprenderlo, o mi guardavo di spalle allo specchio. E chiedevo: zio, come si fa a vedere gli angeli? E lui mi rispondeva: bisogna saper tener il pennello per vedere gli angeli. Che frase misteriosa. La rimuginavo fra me e me, aggirandomi nelle celle del convento di San Marco.

 

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