Napoli, le forme di un paesaggio
Immagini di Salvatore Esposito e testo di Carla Rossetti

 

Torre Annunziata, Bagnoli, Mergellina, Rovigliano, Torregaveta. Spiagge desolate, resti industriali, sterpaglie, scorci di periferia. Una galleria d'immagini tratte da un lavoro fotografico di Salvatore Esposito dedicato ai luoghi liminari e meno celebrati del paesaggio napoletano, senza intenti di denuncia, quasi come alla ricerca di un'estetica dell'abbandono. Ad accompagnare le immagini, un testo critico di Carla Rossetti tratto dal volume "Napoli, le forme di un paesaggio", edito da Iemme, marchio editoriale del progetto artistico-culturale Nea.

 

La strada che dalla città chiassosa e abbagliante corre lungo il crinale accidentato del vulcano, fin dentro al silenzio delle vite di paese, è una schiena di ferro e sassi dalla storia antichissima, cominciata il 3 ottobre 1836 alla presenza del re Ferdinando di Borbone e della sua corte, in procinto di raggiungere le residenze estive della costa.
Trascorso qualche secolo e abbandonati gli ormai obsoleti Longridge a vapore, la ferrovia ancora oggi costituisce il percorso obbligato per un'utenza non più di alto lignaggio, che affoga i malumori da pendolare oltre il vano maleodorante, giù dal vetro unto del finestrino.
Visto da lì, quel mare dimenticato, che senza pudori espone le ferite inferte dalla cementificazione selvaggia, riesce ancora ad allentare il ritmo sincopato dei pensieri e sembra quasi fuoriuscire dalle viscere quando si è seduti nel senso opposto di marcia.
Dietro a quel finestrino, Salvatore Esposito dev'essersi seduto molte volte in compagnia della sua macchina fotografica, per poi scegliere di volta in volta una fermata e lì addentrarsi tra gozzi ormeggiati in piccoli porti, case aggrappate alla roccia, spiagge abitate da sterpi. Come il mare.
Perché per il napoletano la fotografia è soprattutto questo: la scoperta di una geografia sentimentale fatta di luoghi levigati dal ricordo, un mondo ordinario in cui riconoscere la traccia rassicurante e malinconica di umori giornalieri.
La mente compie un balzo e, incrociata la curva della memoria, lascia riaffiorare le parole con cui Arturo Carlo Quintavalle introdusse nel 1984 il Viaggio in Italia di Ghirri e compagni:

 

«Il problema era di porsi di fronte al paesaggio come luogo ignorato e quindi emarginato, escluso, una ricerca dell'Italia dei margini, dell'ambiguità, del finto, del doppio, dell'Italia sostanzialmente esclusa, dell'Italia però che è anche la sola che noi conosciamo, comprendiamo, viviamo, perché è la sola che possiamo considerare in rapporto con la nostra dissociata esistenza».

 

A ben guardare, infatti, i fotogrammi di Salvatore Esposito si inseriscono in una tradizione autorevole e tutta italiana di intendere il paesaggio, da ricercarsi in quei Settanta ormai agli sgoccioli, quando Giovanni Chiaramonte cominciò a scoprire, tra i ruderi dimenticati nel verde e le forme della campagna dietro casa, scampoli di verità destinali che, attraverso lo sforzo esegetico compiuto dal mezzo fotografico, raccontavano una storia: da scenografia dimenticata, il paesaggio diventava rivelazione.
Grazie all'esperienza del fotografo siculo, più a nord Luigi Ghirri potè giungere alle porte dell'ottavo decennio del secolo scorso con un fotogramma completamente guarito da ansie di rappresentazione del fenomeno; con esso ridisegnò il paesaggio italiano raccontando di realtà non ingentilite: l'Italia ritornava ad essere quella degli ombrelloni chiusi sulle spiagge sferzate dal gelido vento degli inverni adriatici, di campagne che giocano a nascondino con la complicità della nebbia, di paesini dove la mestizia del quotidiano ritorna dopo la breve parentesi mondana dell'estate.
Tuttavia Salvatore Esposito sembra spingersi oltre questo riscatto dei margini, a cercare, dietro quella bellezza violata, un motivo d'esistenza. E ci porta a comprendere meglio la natura dello sguardo che normalmente rivolgiamo ai nostri luoghi, fatto di nostalgia e tempo perduto, ma anche fondato sul  ‘particulare', sui nostri interessi contingenti.
Stevenson disse:

 

«Sono spesso tentato di enunciare il paradosso che ogni luogo è bello abbastanza per trascorrervi la vita, mentre è soltanto in una minoranza di posti, e quelli maggiormente privilegiati, che possiamo passare piacevolmente poche ore. Infatti se ci restiamo abbastanza a lungo cominciamo a sentirci a casa in quei paraggi. Ricordi sbocciano come fiori da angoli privi d'interesse. Dimentichiamo in una certa misura la maggiore amenità di altri luoghi e raggiungiamo una predisposizione d'animo tollerante e comprensiva, che costituisce di per sé una ricompensa e una giustificazione».

 

I luoghi di cui parla Stevenson, così simili a quelli osservati da Esposito, sono allora un abitare, per dirla con Heidegger, in cui i termini ‘Uomo' e ‘Spazio' diventano gli estremi di un binomio inscindibile, entità reciprocamente destinate.
C'è sempre spazio, infatti, per volti e figure dietro ogni inquadratura, a misurare i luoghi con il metro della propria esistenza; e non importa se per una stagione – come nelle immagini di giovani e sorridenti bagnanti – o per una vita intera – come l'anziano che incede verso il primo piano lungo il sentiero sabbioso del litorale torrese.
È l'omino reduce dagli Atlanti di un tempo; quello che immancabilmente appariva sovrastato da cascate e alberi altissimi, o disperso nel foro di Roma in un più ridotto formato cartolina. L'omino scomparso dalle guide del Touring, dagli appuntamenti periodici di Attraverso l'Italia (in 21 volumi pubblicati a partire dal 1930), andandosene aveva portato con sé la rappresentazione del paesaggio e lasciato solo splendidi simulacri in bianco e nero o technicolor.
Ritornato in emulsioni che fedelmente recuperano non solo i colori, ma le atmosfere di certe estati meridionali – quando l'afa sbiadisce in un piatto biancore i contrasti degli orizzonti arroventati – il profilo umano restituisce alla fotografia il compito di ‘rappresentare l'esterno' (Ghirri) e a Esposito quello di levigare l'incomprensibilità, la frammentarietà, l'insensatezza di certi paesaggi. Paul Vidal de Blanche disse:

 

«La geografia è la scienza dei luoghi e non degli uomini […] e tuttavia si occupa degli uomini nella misura in cui si trovano in rapporto ai luoghi, sia che ne subiscano l'influenza, sia che ne modifichino l'aspetto».

 

Esiste dunque un vicendevole identificarsi di natura e storia, delle quali non si può dire quale abbia maggiore incisività: natura che la storia, con il proprio intervenire in essa, modella ordinandola secondo lo spirito della civiltà; ma anche storia che, modellando una natura, si identifica in essa e viene a sua volta modellata.
Da questa osmosi, luoghi oggetti o volti incontrati per caso lì tra le strade ferrate vengono ritratti dallo sguardo di Esposito e offerti nella loro genuinità a chi vive ad un'alta velocità. 'Passano ancora lenti i treni per Tozeur'.

© Iemme Edizioni

 

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