Viaggio in treno con suspense
di Stefano Malatesta

 

Da un'idea di Stefano Malatesta, una selezione di racconti originali firmati da autori come Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Sandro Viola. Per celebrare il luogo letterario del mistero e del crimine per antonomasia, il treno. Un luogo che rischia di sparire lungo i binari dell'alta velocità. Per capire chi è l'assassino, bisogna aspettare l'ultima pagina. Di seguito l'«Avviso ai viaggiatori» che apre la raccolta

 

Più di ogni altra invenzione meccanica, più delle auto­mobili o degli aerei, il treno è stato visto sin dal suo apparire come il simbolo della modernità. Questo mostro che sputava fuoco e fiamme e che sembrava venire dal Tartaro fu subito accolto con grandi feste perché tutti sapevano che portava il progresso, qualsiasi cosa questa parola significasse.
La storia dell'umanità si può dividere in due epoche: prima del treno e dopo il treno. Fino ai primi dell'Ottocento andare da una città all'altra era una faccenda individuale e privata, e insieme un'attività disseminata di pericoli e praticata esclusivamente dalle persone benestanti o ricche che si potevano permettere di percorrere in calesse i tragitti brevi e a cavallo quelli lunghi. Le diligenze, il trasporto popolare di allora, portavano lentamente e scomodamente quattro persone al loro interno e otto al loro esterno, i viaggi non erano mai sicuri e si poteva essere certi che, prima o poi, qualche brigante avrebbe fatto la sua apparizione.
Con il treno tutto cambiò: le ferrovie permettevano di raggiungere rapidamente luoghi remoti dove nessuno in precedenza avrebbe mai sognato di andare. Centinaia di persone salivano nello stesso momento su uno stesso vagone e venivano portate a destinazione in località diverse, ma scaglionate lungo uno stesso itinerario. Viaggiare diventò un'attività pubblica e di massa che faceva riferimento al tempo e non allo spazio: non si contavano più le distanze in chilometri ma in ore, e l'orario ferroviario diventò uno dei libri più consultati dai cittadini. È difficile immaginare quello che veramente ha significato l'avvento del treno. Molti erano affascinati dall'aspetto meccanico e dalla potenza delle locomotive. Victor Hugo scrisse che il treno poteva essere confuso con un animale vivente: lo si poteva sentire mentre soffiava, si lamentava, strideva, tremava, fischiava, rallentava, gettava in alto lungo la strada nuvole di vapore bianco e orinava con l'acqua bollente sulle traversine dei chemins de fer. Altri erano attratti da quel mondo che si creava durante un viaggio, a partire dal momento in cui il capostazione emetteva un lungo fischio e le porte si chiudevano con fracasso. Il viaggiatore si sentiva prigioniero e quasi sequestrato, e nello stesso tempo libero da tutti i doveri e comportamenti in uso nella vita che aveva appena lasciato. In quei momenti anche i più sedentari provavano l'ebbrezza degli esploratori e il viaggio attraverso paesi che non conoscevano dava loro un senso di vertigine. A ogni stazione i passeggeri salivano e scendevano, e questo continuo arrivo di estranei e di facce nuove, con gli scompartimenti completamente ripopolati ogni due o tre fermate, dava un senso di imprevedibilità al viaggio. Gli scrittori furono i primi a capire che i treni erano luoghi eminentemente letterari che si prestavano magnificamente a essere utilizzati per ambientarvi storie erotiche o criminali. Non c'era viaggiatore di sesso maschile che non vedesse i vagoni letto come alcove per improbabili incontri con misteriose signore salite all'ultimo momento da una stazioncina di campagna, con il viso nascosto da velette e cappelli.

E durante l'epoca vittoriana, e anche piú tardi fino agli anni Venti e Trenta del Novecento, il periodo in cui Agatha Christie scrisse The Mystery of the BlueTrain, vennero pubblicati centinaia di libri di genere poliziesco che si svolgevano sull'Orient Express, sulla Transiberiana, sull'americana Northern Pacific e altri treni analoghi: tutti frequentati da una massa di viaggiatori con un alto tasso di criminalità, molto superiore a quella riscontrabile in città nella vita normale... Come se i treni fossero il luogo preferenziale per l'azione dei delinquenti.
In queste storie ci si imbatteva sempre in una grande quantità di cadaveri lasciati nelle toilette o nel bagagliaio, in modo da far sembrare i treni una sorta di succursale della Morgue. E se la vicenda si svolgeva in Inghilterra, c'era da stare sicuri che gli assassini avrebbero approfittato dell'assenza di corridoi nei vagoni inglesi per scendere direttamente dalla porta dello scompartimento perdendosi nella campagna.
In Inghilterra e negli Stati Uniti ancora oggi il thriller in treno è un genere che continua ad avere i suoi aficionados, anche se in verità sono in diminuzione. Convogli attrezzati per detective dilettanti partono la mattina presto mentre finti ferrovieri lasciano sul pavimento macchie di colore rosso, fazzoletti, carte o scarpe, tutte tracce che i viaggiatori devono seguire e interpretare fino alla sera, quando il treno sta rientrando, l'assassino è stato finalmente catturato e il mistero risolto.
La serietà della messa in scena è sottolineata dall'invito da parte dell'organizzazione dei Mystery Train alle signore di indossare vestiti di campagna alla Miss Murple, la leggendaria protagonista dei racconti di Agatha Christie, e ai signori di portare una giacca scura come Poirot e persino di imitare Sherlock Holmes, che per il pranzo si metteva sempre in frac, indispensabile nell'epoca edwardiana. Sono tutte sceneggiature che risalgono a molti anni fa, provate centinaia di volte, perché oggi nessuno scrive più racconti sui treni come quelli di un tempo.
Questa diminuzione di popolarità letteraria del treno dipende soprattutto da un cambiamento radicale nel modo di viaggiare. Riguarda, in altri termini, l'essenza stessa del viaggio. Ci sono treni come i tgv che vanno a una velocità fino a ieri considerata impossibile, con vagoni di lusso dotati di poltrone avvolgenti e anatomiche, con un servizio di bordo simile a quello in uso sugli aerei. La grande maggioranza dei passeggeri viaggia a spese della ditta che rappresenta e non paga personalmente il costosissimo biglietto. E inoltre pratica modi e usi molto differenti dal passato. Tuttavia basta salire su questi treni per accorgersi che si prestano male a entrare in letteratura come quelli del passato. Le attività più praticate sono tre: una «total immersion» nel computer; la chiacchiera di genere intimistico al telefono, facendo attenzione a raccontare con tutti i particolari i fatti più riservati delle proprie vite private, in modo che gli altri viaggiatori non si perdano nessun passaggio; e le urla perentorie di compera e vendita di tutto quello che offre il mercato, nello stile della borsa, ma eseguito sempre al telefono. E le conversazioni, quando ci sono, si svolgono in uno strano clima concitato, dove il millantato credito è merce comune. È una messa in scena a cui vale la pena di assistere, perché nessuna spiega e illustra meglio una certa contemporaneità fatta di apparenze, di miti sbagliati e di proterve facce toste.
Ma il parziale recupero delle ferrovie attraverso la velocità non ha impedito che la massa sia tornata al viaggio privato. Dopo duecento anni di treni e di servizio pubblico abbiamo di nuovo, come mezzo di locomozione preferenziale, il calesse ammodernato, cioè la «makina», come la chiamava Flaiano. Quando non la lavano o non la lucidano, alimentati da una passione morbosa che arriva fino all'idolatria, i ragazzi si mettono al volante di utilitarie stipate di amici e partono rombando lungo le autostrade avendo in testa una meta precisa: le stazioni di servizio disseminate lungo il percorso, intese non come luoghi di rifornimento ma come grandi luna park dove al posto degli autoscontri, dell'ottovolante e delle giostre ci sono empori costruiti come trappole da architetti diabolici, da cui è impossibile uscire senza aver comprato una serie di prodotti inutili. Il trash del consumismo.
Poco più di un anno fa ho deciso di mettere in pratica un'idea che mi ronzava in testa da molto tempo, quella di recuperare il racconto del treno classico, profumato di mistero e d'imprevisto. Cosí ho telefonato a diversi amici chiedendo un racconto da poter intitolare Viaggio in treno con suspense, titolo che poi è rimasto per il presente volume. Gli autori avevano la massima libertà e un solo obbligo: costringere il lettore a sfogliare pagina dopo pagina tutti i capitoli, inchiodato alla lettura senza potersene staccare, come al tempo dei feuilletons.
Dopo varie vicende e qualche racconto eliminato, è venuto fuori quello che a Roma si chiama un “fritto misto”, dove la mozzarella frigge nello stesso olio degli zucchini e le crocchette rosolano accanto ai carciofi. Non tutti i racconti avevano quella suspense che il titolo richiedeva, anche se erano molto belli; altri appartenevano più al genere narrativa di viaggio che al genere mystery. Abbiamo così pensato di accorpare quelli “con suspense” in un primo libro, e quelli piú “travel” nel secondo. Si tratta di volumi di divertente anomalia, dove Camilleri sta accanto a Sandro Viola, e Dacia Maraini si accompagna con Dante Matelli. Ci sono racconti lunghi e racconti brevi, ricordi nostalgici dell'età d'oro dei treni e racconti altamente drammatici e attuali come quello sull'Italicus di Giovanni Fasanella.
Il libro è anche un omaggio ai vecchi treni di una volta così come li abbiamo conosciuti e amati. Una raccolta che va letta e degustata, appunto, in treno o sulla spiaggia, sotto l'ombrellone, per evitare di essere bruciati dal sole.
Pochi minuti e vi accorgerete che il rumore fastidioso dei ragazzini che giocano a pallone sul bagnasciuga e le urla dei venditori di bomboloni si attenueranno, e voi sarete partiti per altri lidi dimenticando la crisi, lo spread, i bond e tutti quei nomi vagamente iettatori che incontriamo nell'economia spiegata al popolo negli articoli di giornale.
Una sorta di fuga da Alcatraz, se cosí vogliamo chiamare l'Italia, servendosi del treno.

 

© Giano editore

 

Stefano Malatesta
È nato a Roma dove si è laureato in Scienze Politiche. Ha cominciato a viaggiare molto presto e da allora non ha mai smesso.
È stato vice-amministratore di una piantagione di tè alle Seychelles quando queste isole erano una colonia inglese, documentarista di animali, cronista di nera, inviato di guerra. Per la Repubblica scrive da oltre venticinque anni critiche d'arte, recensioni di libri e commenti e soprattutto racconti di viaggio sempre sulle tracce di qualcosa o di qualcuno, riprendendo una certa tradizione del recit de voyage quasi scomparsa nei giornali italiani e oggi fin troppo praticata.
Oltre alle  prime guide alla natura in Italia, ha scritto L'armata Caltagirone, Il cammello battriano, Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, Il grande mare di sabbia, Il napoletano che domò gli afghani.
Dirige la collana di letteratura di viaggio «Il cammello battriano» per la casa editrice Neri Pozza. Il suo prossimo libro, che sarà pubblicato in giugno nelle edizioni Neri Pozza, si intitola La vanità della cavalleria e altre storie di guerra.
Ha vinto il Premio Albatros Palestrina, L'Este-Ferrara, il Comisso, il Settembrini regione veneta, il Premio Barzini per il miglior inviato speciale dell'anno e il Chatwin.

 

 

Seguici su: