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Dervisci e angeli |
| Dal Kosovo all'India alla ricerca del contatto con Dio, attraverso una purificazione violenta o con il lavoro volontario. Altrove vi propone due racconti di viaggio attorno al tema della spiritualità. Un racconto per immagini realizzato da un cooperante sui Dervisci del Nevruz e il racconto di un'italiana tra le Missionarie della Carità a Calcutta.
I dervisci del nuovo giorno
Una volta all'anno, tra il 21 e il 22 marzo, i dervisci dell'ordine Rifai di Prizren, nel sud del Kosovo, celebrano il Nevruz (il nuovo giorno). Il Nevruz segna l'inizio della primavera, ovvero il primo giorno dell'anno secondo l'antico calendario persiano. Durante questo rituale i dervisci pregano per la pace e la tolleranza e con il volto trafitto da grossi spilloni cantano litanie e danzano in cerchio. Coltelli, aghi e spille di ogni dimensione, affilati accuratamente prima dell'inizio del rituale, sono l'elemento che caratterizzano questo particolare ordine e rappresentano un modo per purificarsi e avvicinarsi alla via del Signore. Gli antichi spilloni sono lo strumento attraverso il quale si può raggiungere la salvezza e simboleggiano, pertanto, la guarigione da tutte le ferite. “Questa è la benedizione di Dio e la vera forza dell'ordine” dice un anziano derviscio di alto rango mentre affila uno dei coltelli. I dervisci sono visti dai musulmani come mistici dallo sguardo penetrante e non sempre sono ben accetti, ma i dervisci di Prizren, come tutti gli altri, non si considerano fuori dal recinto islamico. «Noi siamo musulmani e, insieme a loro, siamo nello stesso mare. Loro nuotano. Noi preferiamo andare sott'acqua» dice Shejh Adrihusejn, il capo dell'ordine Rifai di Prizren.
Raffaele Coniglio
Gli angeli di Calcutta
Scene già viste, istantanee già vissute, spezzoni di film di una vita che non mi stancherei mai di guardare. Sono a casa. Salgo su un taxi e mostro all'autista una serie di hotel che ho segnato sulla guida ma che non ho prenotato dall'Italia. Mi guarda incerto, sono le quattro di mattina, difficile trovarne uno aperto. Calcutta dorme ancora, le strade solitarie, qualche carretto lungo la strada, tanti cani randagi e una miriade di corpi distesi a terra che anche questa notte hanno trovato un lurido posto nel mondo dove poter riposare. Mi lascio condurre al New City Hotel in Dedar Bux Lane, poco lontano dal centro, mi dice il mio driver. Prendo una camera misera e semplice e subito dopo mi lascio cadere in un sonno profondo.
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Mi sveglio nel primo pomeriggio con la sensazione, che è quasi una certezza, di non sapere dove sono. Mi faccio una doccia ed esco per comprare una scheda telefonica indiana e una cartina di Calcutta. Quando realizzo in quale parte della città mi trovo, chiamo subito Padre Jacob, frate presso i salesiani di Don Bosco di Calcutta e cugino di Jose, grande amico italo-indiano che vive tra Piacenza e l'India. Passerà a prendermi alle 18.00 per accompagnarmi in un alloggio accanto alla sede del suo ordine. Inizio a camminare e a trovare il mio spazio tra i vicoli di questa caotica, trafficata, inquinata, terribile e affascinante città.
Sguardi curiosi, bambini seminudi, carretti, animali, grandi padelle che friggono e finalmente il primo chai, profumato, speziato, caldo come un abbraccio, servito in una minuscola tazzina di coccio che, finito di bere, butto a terra perché si rompa. Chiedendo in continuazione informazioni riesco ad arrivare, attraverso un intricato labirinto di vicoli, in AJC Bose Road presso la Mother Teresa's House, sede centrale delle Missionarie della Carità. Il motivo pratico per cui mi trovo qui è quello di prestare volontariato per quasi due mesi in uno dei centri fondati da Madre Teresa a Calcutta.
© Casa Editrice Polaris
L'autrice |
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